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Come comportarsi con il capo: problemi e soluzioni

16 Ottobre 2018
Come comportarsi con il capo: problemi e soluzioni

Il lavoro è una parte fondamentale della vita di ciascuno, non solo un modo per procurarci il sostentamento ma anche, e a volte soprattutto, una dimensione in cui si esprime ciò che siamo e si mettono in gioco le nostre competenze e la nostra personalità.

Per questo il rapporto con i nostri superiori è in grado di farci sentire soddisfatti e apprezzati o, quando le cose non funzionano a dovere, è in grado di renderci frustrati e condizionare il nostro stato d’animo anche al di fuori dell’ambiente lavorativo.

 

Relazionarsi al capo è qualcosa che richiede di per sé delle competenze, soprattutto se il lavoro richiede di passare molto tempo gomito a gomito, come accade in un ufficio o in un’attività commerciale o dove sia richiesto il lavoro di squadra.

Al di là delle competenze professionali, un buon collaboratore deve possedere la capacità di autovalutarsi in modo più o meno oggettivo, avendo coscienza delle proprie potenzialità, dei propri punti di forza ma, anche, dei propri limiti. Questo consentirà di interpretare nel giusto modo sia gli elogi che le critiche che dovessero arrivare dal capo, distinguendo tra critiche e osservazioni costruttive e atteggiamenti di svalutazione o provocazione.

Avere chiaro il proprio ruolo e comprendere che la disponibilità e la capacità di adeguarci alle richieste del capo, se queste sono ragionevoli, ci aiuterà a ridimensionarci e a far sì che la nostra attività sia di supporto all’intero sistema aziendale, senza pretendere di far prevalere sempre e comunque il nostro personalissimo punto di vista e il nostro ego.

Detto questo, anche il lavoratore più competente e collaborativo può incontrare difficoltà nella gestione del rapporto con il capo, soprattutto quando i suoi atteggiamenti ci mettono continuamente a disagio o ci fanno sentire poco stimati e apprezzati.

Come capire se il capo ti stima

Conoscere il proprio capo, imparare ad interpretare correttamente i segnali che ci invia, ad anticipare le sue richieste e a soddisfare le sue aspettative è qualcosa che richiede del tempo e una buona capacità di osservazione e analisi. Solo dopo 6 mesi o un anno potremo davvero capire se il capo ci stima. I segnali da tenere sotto controllo sono i seguenti:

  • Il capo ci assegna mansioni sempre più complesse e ci lascia lavorare in autonomia;
  • Il capo fa poche osservazioni sul nostro lavoro o, comunque, non ci chiede di revisionare il nostro operato una volta apportate le modifiche da lui/lei richieste;
  • Il capo chiede la nostra opinione su questioni spinose o sulle quali ritiene di avere dei dubbi;
  • Il capo sceglie noi come intermediario con clienti e utenti quando lui non può occuparsene direttamente.

Quando alcuni o tutti gli eventi sopra descritti si verificano possiamo a ragione ritenere di essere stimati e apprezzati, molto più che se il capo ci facesse espressamente complimenti o lusinghe. Perciò non facciamo caso al suo atteggiamento freddo o scontroso se gli elementi prima citati sono presenti; il capo è un essere umano e, come tale, ha il suo carattere e i suoi pensieri e problemi personali che ne condizionano gli atteggiamenti al lavoro. Limitiamoci a prendere atto del fatto che apprezza il nostro modo di operare e che si fida di noi, accettando il fatto che imparare come comportarsi con il capo, anche rinunciando a un po’ di spontaneità, fa parte del nostro lavoro.

Come parlare al capo

Per capire come comportarsi con il capo è necessario analizzare e interpretare al meglio il proprio ambiente di lavoro. Può capitare che in alcuni ambienti di lavoro si stabiliscano rapporti interpersonali stretti, che possono sfociare in un’amicizia, ma sarebbe opportuno non aspettarsi né sperare che ciò accada col capo. Mantenere un atteggiamento professionale e rispettoso, pur senza scadere nella remissività o nella deferenza, è necessario per poter lavorare in modo sereno. Le amicizie possono nascere, ed è auspicabile che nascano, fra lavoratori parigrado, perché questo potrà senz’altro rafforzare l’unità e la produttività della squadra.

Come comportarsi con il capo

Il tipo di comunicazione con i superiori può variare in base all’ambiente di lavoro, che può essere più o meno formale, ma mai dovremo dare l’impressione di aver frainteso o scordato quali sono i ruoli e le gerarchie, perché anche questi aspetti sono funzionali al buon funzionamento di un’attività, qualunque essa sia.

Potremo arrivare a dare del tu al capo se ce lo consente o la situazione lo richiede, ma questo non deve mai illuderci di essere un suo pari sul lavoro. Potremo pretendere rispetto ma dovremo anche riconoscergli quello stesso rispetto che merita o che gli spetta in base al suo ruolo.

Sapere come rispondere al capo senza rinunciare a far valere il nostro punto di vista ma anche senza dare l’impressione di voler usurpare il suo spazio decisionale, è una capacità che si acquista col tempo e che richiede un buon autocontrollo. I modi garbati e contemporaneamente diretti sono quelli che meglio funzionano in questo tipo di relazione: mostrare il nostro carattere e far valere la nostra competenza lasciando nel contempo trasparire la disponibilità a trovare la soluzione che meglio si adatti agli obiettivi che il capo intende raggiungere. La ragione sta nel mezzo, si dice spesso, e in questo caso è quasi sempre così. Imparare come comportarsi con il capo può essere faticoso ma gioverà al nostro positivo inserimento nell’organizzazione aziendale.

Quando il capo è un problema

Ci sono situazioni in cui il capo diventa un vero problema per i suoi sottoposti o anche solo per alcuni di essi. A volte si tratta solo di incompatibilità caratteriale, e a questo si può porre rimedio adottando strategie adattive, volte ad evitare lo scontro e a rendere più facile il dialogo, anche rinunciando qualche volta al nostro desiderio di reagire in modo brusco o mettendo da parte l’istinto di rivalsa. Capire come comportarsi con il capo significa anche saper mediare.

Quando tutto questo non basta a mantenere la pace nell’ambiente di lavoro, significa che i nostri atteggiamenti o quelli del capo hanno già travalicato i limiti taciti che regolano il rapporto interprofessionale.

Se ci si sta chiedendo come sopportare il proprio capo, forse ci si deve prima di tutto mettere in discussione e cercare di capire se qualche atteggiamento può essere limato, corretto, attenuato. A volte siamo noi stessi a suscitare reazioni brusche o pregiudizi del capo nei nostri confronti. A volte l’incompatibilità con il capo è solo il risultato dell’antipatia che proviamo nei suoi confronti, del fatto che non sappiamo mascherarla o tramutarla in un asettico rispetto professionale. Altre volte l’incompatibilità è reale, tangibile, specialmente quando il suo modo di porsi nei nostri confronti ci ferisce, ci fa star male e ci spinge sull’orlo del burn-out.

Quando il tuo capo ti tratta male senza alcun motivo apparente, specialmente quando lo fa in presenza di altri colleghi, è difficile fare gli stoici e andare avanti a testa alta. Essere maltrattati e sviliti fa diminuire la produttività e demotiva il lavoratore, ma non tutti i datori di lavoro ne sono coscienti, perché non hanno nemmeno acquisito la formazione di base che è necessaria per guidare una squadra di lavoro e pretendono di comandare senza instaurare alcuna relazione di collaborazione coi lavoratori. In questo caso è bene chiarire subito, con tono tranquillo ma deciso, che pretendiamo rispetto e che saremo disposti a migliorare noi stessi e le nostre prestazioni, se queste non sono soddisfacenti, ma che la nostra dignità personale non dovrà essere mai violata. Chiarire al capo che i rimproveri dovranno essere manifestati in modo civile o almeno non di fronte ai propri colleghi, è lecito e doveroso, prima di pensare a misure più drastiche.

Se questo disagio è condiviso con gli altri colleghi, sarà possibile adottare tutti insieme una strategia per modificare la situazione; si potrà concordare una linea d’azione e sottoporla al capo in una riunione richiesta con anticipo e preannunciandone il contenuto, per evitare l’effetto “imboscata”. Tutti insieme, magari attraverso le parole di un portavoce, potremo manifestare le criticità e fare delle proposte (più che delle minacce) per provare a migliorare le cose. Difficilmente il capo potrà reagire negativamente a una richiesta che perviene da tutti i suoi collaboratori, soprattutto sarà più difficile per lui porre in essere ritorsioni.

Nel caso in cui, invece, questi problemi non siano condivisi con il resto dei colleghi, sarà meglio chiederci perché gli atteggiamenti negativi del capo si manifestino solo con noi e, se il caso, provare a correggere i nostri atteggiamenti che mal lo predispongono. Capire come comportarsi con il capo non vuol dire rinunciare a essere se stessi, ma capire che limare alcuni tratti del carattere, al lavoro, può consentirci di instaurare rapporti più corretti e sereni.

Quando il capo fa preferenze, invece, dovremo cercare di capirne il motivo. A volte ci renderemo conto che alcuni colleghi dimostrano troppa condiscendenza o servilismo di fronte al capo, anche in modo ipocrita, a volte scopriremo che esistono legami di altro genere con i colleghi meglio trattati, che si tratti di amicizia, parentela, o addirittura di condizionamenti esterni funzionali agli interessi del capo (raccomandazioni o scambi di favori). In questi casi non potremo fare molto, se non pretendere pari trattamento nelle situazioni in cui ciò è misurabile in modo oggettivo, per esempio nella attribuzione dei premi di produzione o degli avanzamenti di carriera. Ove necessario si potrà ricorrere alle rappresentanze sindacali perché ci assistano e sostengano la nostra posizione, rendendo più difficili le manovre evasive da parte del capo.

Come gestire un capo incompetente

Situazione ben diversa è quella in cui ci rendiamo conto che il capo è un incompetente, per impreparazione o per assoluta incapacità. In questo caso imparare come comportarsi con il capo, mettendo in atto strategie standard, non sarà sufficiente. Se si tratta del titolare dell’attività non avremo molte armi da utilizzare, se non quelle che riguardano la capacità di instaurare un buon rapporto con lui/lei, ottenerne la fiducia e, pian piano, guidarlo verso una gestione più attenta della propria attività, rendendoci disponibili a sopperire dove lui non sia in grado di arrivare.

Quando all’incompetenza si unisce l’arroganza le cose si fanno più complicate. Se non vogliamo arrivare allo scontro fatale, sarà meglio lasciare che il capo faccia della sua azienda ciò che ritiene opportuno, continuando a lavorare al meglio che possiamo. Se il capo non è il titolare ma solo una persona incaricata di dirigere quel particolare settore, allora potremo, se necessario, fare ricorso ai suoi superiori o datori di lavoro per far presenti le sue mancanze, ma questa è sempre una mossa pericolosa, che rischia sempre di mettere noi in cattiva luce, più che il capo stesso. Nell’accusa di incompetenza si nasconde spesso l’invidia, perciò dovremo muoverci con cautela e dimostrare che noi, sempre e comunque, facciamo tutto ciò che serve per far funzionare al meglio l’impresa, l’azienda, l’amministrazione per la quale lavoriamo.

In alcuni casi, insomma, si tratta solo di capire come sopportare il proprio capo senza farci del male, senza lasciarci schiacciare dal senso di disagio che ci pervade ogni volta che lui si rivolge a noi. Oppure, ma questi non sono i tempi migliori per farlo, possiamo sempre cambiare lavoro!

Come comportarsi con il capo

Il mobbing e le tutele previste dalla normativa italiana

Esistono poi situazioni in cui i comportamenti del capo si traducono in vere e proprie vessazioni, in quello che viene definito “mobbing”, cioè quell’insieme di comportamenti persecutori che tendono a emarginare un soggetto tramite violenza psichica protratta nel tempo e in grado di causare seri danni alla vittima. Anche quando riteniamo di aver compreso come comportarsi con il capo, può accadere che i suoi atteggiamenti non siano più tollerabili.

Se si ritiene di essere vittime di mobbing, dopo aver esperito tutte le strade per i ricorsi interni e gerarchici previsti nel nostro posto di lavoro, potremo ricorrere alla tutela giurisdizionale.

Il Codice civile, all’art. 2087, impone all’imprenditore di adottare tutte le misure idonee a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale di lavoratori, mentre l’art. 2043 prevede l’obbligo di risarcimento in capo a chiunque cagioni ad altri un danno ingiusto con qualunque fatto doloso o colposo.

Lo Statuto dei lavoratori prevede una specifica procedura per le contestazioni disciplinari a carico dei lavoratori e punisce i comportamenti discriminatori del datore di lavoro.

Per i giudici, il mobbing si configura quando il datore di lavoro e/o i suoi colleghi pongono in essere, nei confronti del lavoratore:

  • 1) una serie di comportamenti ostili, reiterati e protratti nel tempo
  • 2) forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica
  • 3) mortificazione morale ed emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico.

Non esiste una legge appositamente dedicata al mobbing, ma solo singole disposizioni contenute nel codice civile, penale e in leggi speciali che garantiscono il ristoro della vittima.

  • Il lavoratore potrà esperire sia le azioni necessarie per ottenere il risarcimento legato a:
  • – danno patrimoniale: qualora gli atti vessatori abbiano ripercussioni sulla sua condizione economica (per es. demansionamento e riduzione della retribuzione);
  • – danno biologico: qualora gli effetti negativi ricadano sulla sua salute psico-fisica (per es. molestie sessuali e psicologiche);
  • – danno morale: qualora la condotta del mobber leda la sua dignità e personalità (per es. tramite offese).

Quando la condotta di mobbing integri gli estremi di un reato interviene la tutela penale. I reati più frequenti sono:

  • 1) ingiuriadiffamazione poiché ledono il decoro e la reputazione della persona;
  • 2) violenza privatao lesioni personali colpose;
  • 3) molestie sessuali.

In questi ultimi casi è necessario procedere a querelare il datore di lavoro, non solo per il nostro bene, ma anche per evitare che la sua condotta possa ledere ad altri lavoratori, anche quando questo ci condurrà quasi inevitabilmente a rinunciare a quel posto di lavoro.

La nostra salute è sempre più importante di una posizione lavorativa e, soprattutto, stando bene e in armonia con i colleghi, avremo molte più probabilità di sentirci realizzati professionalmente ed economicamente!

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